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La disclosure di informazioni non finanziarie in Italia

a cura di Gaia Degan

 

L’attenzione ai temi della RSI è oggi sempre più in crescita da parte degli stakeholder e in particolare dei consumatori che sono oggi diventati consumAttori ovvero attori consapevoli e critici delle scelte di acquisto, più attenti ai sistemi di produzione e ai valori che il brand trasmette loro. Per garantire a questi soggetti maggiore trasparenza informativa su tali temi, alcuni studi evidenziano che sempre più aziende, a livello nazionale e mondiale, accanto alla rendicontazione finanziaria predispongono una rendicontazione non finanziaria che permette di evidenziare la performance aziendale con riferimento agli aspetti ambientali, sociali e di governance (ESG).
L’Italia di fronte a questi trend “green” non è rimasta inerte ma ha deciso di stimolare, sostenere e regolamentare la diffusione della sustainability disclosure attraverso l’entrata in vigore il 25 gennaio 2017 del decreto legislativo 30 dicembre 2016, n. 254 che ha recepito la direttiva comunitaria 2014/95/UE per quanto riguarda la comunicazione di
informazioni di carattere non finanziario e di informazioni sulla diversità da parte di talune imprese e di taluni gruppi di grandi dimensioni. Il decreto prevede la redazione di una dichiarazione non finanziaria che deve contenere informazioni rilevanti di carattere ambientale e sociale, inerenti alla gestione del personale, alla tutela dei diritti umani, alla lotta contro la corruzione attiva e passiva. È necessario anche indicare il modello aziendale di gestione ed organizzazione delle attività dell’impresa, le politiche praticate dall’impresa, i risultati conseguiti tramite di esse e i principali rischi connessi ai temi oggetto del decreto, adottando così una visione di lungo termine. Le disposizioni di questo decreto si rivolgono obbligatoriamente agli enti di interesse pubblico che dispongono di un numero di dipendenti superiore a cinquecento e che superano almeno uno dei due limiti dimensionali fissati dalla normativa ovvero totale dello stato patrimoniale di 20 milioni di euro o ricavi pari almeno a 40 milioni di euro. Tutti gli altri soggetti non obbligati, come le PMI, hanno comunque la facoltà di accogliere volontariamente quanto previsto da tale normativa, emulando così il comportamento delle grandi imprese obbligate. Il decreto riconosce libertà nella scelta del framework da seguire per la redazione di questa disclosure ma ciò comporta delle criticità in termini di confrontabilità delle dichiarazioni e omogeneità di linee guida, anche se ad oggi gli standard seguiti da gran parte delle aziende di tutto il mondo sono quelli redatti dal Global Reporting Initative (GRI). Inoltre, il decreto non impone l’obbligo di porre in essere le azioni di RSI comunicate che invece rimangono volontarie, tuttavia la redazione di una rendicontazione non finanziaria comunque favorisce l’ingresso in azienda della sostenibilità che, come dichiarato dalle imprese che applicano la CSR, genera diversi vantaggi tra cui il miglioramento dell’immagine, della reputazione aziendale e della fidelizzazione dei clienti.
Il decreto legislativo 254/2016, rappresentando dunque un motore di cambiamento delle imprese italiane verso una gestione aziendale in una logica triple bottom line, favorisce anche il conseguimento da parte dell’Italia dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) fissati dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

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