Animaimpresa

Dof Consulting – Intervista ad Alessandro Rinaldi

Abbiamo intervistato Alessandro Rinaldi, CEO di DOF Consulting, realtà di Udine da poco entrata nel network di Animaimpresa. 

Ci può descrivere brevemente il mondo di DOF Consulting?

Dof nasce dall’incontro di esperienze molto diverse: sviluppo organizzativo, ricerca psicologica e sociale, antropologia culturale, economia di cura, grande propensione alla ricerca creativa. Fin dalla fine degli anni ‘90 abbiamo da subito creato un ambiente di lavoro completamento aperto, centrato sul concetto di auto-organizzazione: ogni persona che collabora con noi segue e sviluppa la propria inclinazione personale, ma sa di poter attingere in ogni momento ai nostri modelli e al know how del gruppo. un po’ come avere sempre a disposizione una cassetta degli attrezzi in costante rinnovamento.
Tutto questo ha prodotto un incredibile varietà di progetti e clienti: oggi in Dof è perfettamente normale passare dalla progettazione di un’Academy per una grande organizzazione alla costruzione del patto comportamentale per una squadra sportiva professionistica, dalla consulenza di direzione per lo sviluppo organizzativo alla realizzazione di un evento di teatro d’impresa. Negli ultimi tempi il nostro mondo si è anche intrecciato a quello degli amici di Foxwin e abbiamo dato vita a una rete d’impresa: lo Smart Engagement Network, in cui la nostra esperienza su progetti di sviluppo di persone e organizzazioni incontra le grande capacità di sviluppo tecnologico del nostro nuovo partner. Il nostro mondo, per riprendere la domanda, è ulteriormente arricchito dal fatto che Dof è anche centro di produzione del collettivo di social art DMAV, con cui realizziamo interventi nel campo dell’arte sociale e dei progetti di comunità. Insomma, ci piace guardare in molte direzioni, tenendo assieme mondi diversi e, all’apparenza, anche distanti. D’altronde, non potremmo essere diversi da questo, considerato il nome che ci siamo dati. Dof è una parola derivata dal dialetto Wolof (molto diffuso in Senegal), che significa “chi vede ciò che gli altri non vedono”. Noi ci proviamo, intensamente.

Vi occupate da più di vent’anni di consulenza e formazione: ci sono stati cambiamenti nei focus approfonditi nella vostra attività?

C’è stato un cambiamento quasi radicale: oggi le aziende si aspettano metodologie innovative, un approccio esperienziale, una grande originalità nell’approccio, una sperimentazione più creativa. In questo senso, il 2020 è stato un grande acceleratore: andare in una direzione smart comporta un ripensamento strutturale dei modelli organizzativi e dei processi collaborativi. La richiesta esplicita del mercato oggi è quella di facilitare il cambiamento da tutti i punti di vista, con una forte spinta di integrazione tra processi relazionali e tecnologie abilitanti. Viene premiato un pensiero originale in grado di trovare collegamenti nuovi fra dimensioni conosciute o di ripensare spazi, modalità di lavoro, esperienze che siano veramente al servizio della persona e non viceversa. Quando abbiamo iniziato mai avremmo pensato che uno degli strumenti più amati dai nostri clienti sarebbe stato un gioco per lo sviluppo del talento e delle competenze. Eppure, The Village compie quest’anno i suoi primi dieci anni e sta vivendo una seconda vita con la versione digital che abbiamo sviluppato gli amici di Foxwin all’interno della rete d’impresa dello Smart Engagement. Questa evoluzione, che consente a chi interagisce con lo strumento all’interno di una piattaforma web di fare in autonomia un’analisi del bisogno rispetto ad aspetti centrali di qualunque realtà, credo sia un ottimo esempio di quanto sia importante far sentire le persone, soprattutto all’interno delle organizzazioni, parte attiva della riflessione sul cambiamento e delle azioni di sviluppo che richiede.

Avete sviluppato diversi strumenti innovativi per affiancare aziende e professionisti in percorsi di crescita e miglioramento continuo. Ritenete che le aziende al giorno d’oggi siano siano più recettive rispetto al passato nei confronti di metodologie non tradizionali?

Il nostro modello teorico di riferimento è il “process counseling”, derivato dalla riflessione di figure di spicco della psicologia umanistica americana quali Carl Rogers e Arnold Mindell. All’inizio della nostra attività, nel 1997, parlare di questi temi era molto difficile, soprattutto nelle aziende. Il concetto, per fortuna oggi accettato, della centralità della persona suonava come qualcosa di ingenuo. Concetti quali empatia, processo di costruzione delle comunità, facilitazione, partecipazione sembravano avanguardia assoluta: destavano interesse e curiosità, ma anche un po’ di paura e perplessità. Oggi, invece, anche grazie al successo che sta avendo un movimento come quello Teal di Laloux ma anche la diffusione del mindset Agile, è diventato più semplice parlare dei nostri progetti: se molti anni fa i clienti ci chiamavano per esigenze molto più circoscritte, in questa fase si aspettano da noi un percorso di radicale trasformazione del modello organizzativo e dei processi di collaborazione. Penso ad esempio al rapporto ormai storico con Fincantieri che ci ha affidato il progetto “Fincantieri for the future”, tutto centrato su modelli di pensiero e di comportamento e che si poggia su una rete di circa cento facilitatori che abbiamo formato negli anni e che amplificano e sostengono i processi di cambiamento quali la creazione di patti comportamentali e la sperimentazione di un modello di Diversity & Inclusion. Un altro esempio è legato al notevole numero di Academy che stiamo progettando e che ci consente di creare un’architettura di conoscenza, esperienza e apprendimento per lavorare a tutti i livelli sulla crescita delle persone e sulla valorizzazione dei talenti. Anche l’integrazione di linguaggi creativi all’interno dei progetti, soprattutto in una logica di valorizzazione dei processi di community building, è oggi più facile da far capire. Ci capita ormai di usare spesso il teatro per lavorare su processi di miglioramento continuo, ultimamente ci stiamo divertendo con il mondo dell’illustrazione per rendere molto più caldo e creativo il percorso di creazione di materiali “corporate”. Usare l’arte e la creatività per illustrare un modello di competenza o per dare forma a una carta dei valori e a un patto comportamentale è davvero molto gratificante, sia per noi che per le persone per cui sono pensati. Per me è una grande soddisfazione aver integrato sempre più compiutamente all’interno di Dof le attività del collettivo artistico DMAV, che ho fondato del 2010 e che continua a crescere come progetto parallelo ed estremamente sinergico rispetto alla società. Il punto di congiunzione sono i progetti di arte pubblica centrati su un approccio di partecipazione, come nel caso di Doublin’ a Trieste, dove abbiamo creato un percorso di luci d’artista a partire dal pieno coinvolgimento della comunità.

Si può parlare di crescita aziendale senza parlare di sostenibilità? Qual è la vostra esperienza al riguardo?

Per fortuna, suonerebbe oggi grottesco e anacronistico parlare di crescita di impresa senza includere gli indicatori di sostenibilità nel quadro di ragionamento. Come sempre illuminante la lettura di Zizek e del suo ultimo libro (Virus), che mi consente di esprimere al meglio questa nuova consapevolezza: dobbiamo prendere atto delle dinamiche che ci hanno condotto al “capitalismo dei disastri” e iniziare un percorso nuovo che non potrà prescindere dalla riflessione sul nostro modello di comunità, dalla ricerca della qualità delle relazioni, dalla riduzione di impatto ambientale dei nostri progetti di business, dalla assoluta spinta a ridurre gli sprechi a tutti i livelli e da un generale percorso di uscita dall’indifferenza verso le fatiche degli altri. Per diffondere questo tipo di consapevolezza noi puntiamo alla formazione e alla costruzione di reti di facilitazione all’interno delle organizzazioni che sappiano diffondere questa cultura e questo mindset come fondamento di qualsiasi progetto di miglioramento e di innovazione. Recentemente, in sinergia con diverse organizzazioni di eccellenza e università italiane abbiamo lanciato un percorso di formazione strutturato per “facilitatori di evoluzione organizzativa”. Questo progetto ha per noi anche un fondamento “politico”: spingere le organizzazioni a cambiare attraverso le logiche e i valori dei processi di facilitazione e di partecipazione cioè attraverso modelli inclusivi e orientati a una visione sistemica che non può accettare un modello di crescita indiscriminato e unicamente basato sul profitto. credo sia urgente una riflessione allargata, a livello di società, su cosa intendiamo davvero con “valore”.

Perché è importante far parte di un network di imprese responsabili, come Animaimpresa?

Per noi è fondamentale entrare in questo network. Ci siamo resi conto che molte delle aziende che conosciamo e che si impegnano realmente in una logica di crescita sana delle organizzazioni e delle persone fanno già parte della rete. Si respira nel progetto un’aria di autenticità e di impegno che corrisponde pienamente alla nostra idea di associazione tra imprese e di impegno collettivo per una diversa visione del futuro. Contiamo di fare grandi cose assieme a tutti voi!

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