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Linguaggio e inclusione. Intervista a Giuliana Giusti

Abbiamo avuto il piacere di intervistare la professoressa Giuliana Giusti, docente di Linguistica all’Università Ca’ Foscari, per approfondire una tematica quanto mai attuale, per persone, aziende e per la società tutta: il linguaggio inclusivo.


Proprio in questi giorni c’è stato il respingimento da parte del Senato di adottare la dicitura MinistrA e SenatricE nelle comunicazioni ufficiali: l’ennesima prova di quanto questa tematica sia attuale. Cerchiamo allora di capire: cosa si intende per linguaggio inclusivo?  

Vi sono due accezioni di linguaggio inclusivo. La prima è l’accezione conservativa e tradizionale della lingua, che prevede di utilizzare la struttura della lingua nella sua semantica naturale e che negli ultimi secoli è stata erosa da un uso del maschile come genere del Prestigio. Alcune professioni sono state a lungo precluse alle donne, quindi la forma femminile non ha avuto modo di entrare nel linguaggio; successivamente, quando le professioni sono state aperte dalle donne – diventando anche maggioritarie in alcune categorie – si è preferito utilizzare la forma maschile, nonostante la forma femminile sia prevista dalla grammatica italiana. Si pensi ai medici di base: sono nella maggior parte dei casi donne, eppure è molto difficile dire “la medica di base”, che sarebbe l’espressione dell’accezione conservativa del linguaggio inclusivo. Più recente è l’accezione di linguaggio inclusivo che punta a trovare un’adeguata rappresentazione di persone che non si riconoscono nel genere binario, in una lingua che ha un genere grammaticale binario. Questa è un’accezione innovativa che richiede un mutamento linguistico, delle modifiche strutturali, anche tramite l’utilizzo di vocali nuove o che esistono ma non sono distintive per il genere.

Come si può far comprendere questo cambiamento d’approccio, linguistico e inclusivo, anche e soprattutto nelle aziende di piccole e medie dimensioni?

Ritengo che nelle aziende sia necessario lavorare per far conoscere e accogliere almeno la versione conservativa del linguaggio inclusivo. Quest’ultimo non è da intendersi come un cambiamento: il cambiamento è stato usare il maschile come genere di prestigio. Ora dobbiamo tornare alla lingua originaria.

È importante capire che certi termini al femminile esistono da sempre. Un esempio: nel 1600, Elena Cornaro Piscopia, la prima laureata al mondo, è stata nominata “doctrix e magistra”, “dottrice e maestra”. “Dottrice” non è mai entrato in uso: noi abbiamo “dottoressa”, che in realtà è un termine dispregiativo, perché il suffisso “essa” nasce per descrivere una donna che si atteggia a fare qualcosa che non è in grado di fare. Solo in seguito, con l’uso, “essa” ha perso la sua accezione negativa. Quindi capiamo come fin dal latino rinascimentale la lingua si declini al femminile in modo naturale. Divulgare questi dati potrebbe convincere chi ama la lingua italiana – anche nelle aziende – ad adottare un linguaggio inclusivo.

Abbiamo parlato di maschile di prestigio: sono spesso le stesse donne ad utilizzarlo per identificarsi. Perché?  

Dipende dal costrutto culturale: le donne, categoria ancora oggettivamente svantaggiata, si sentono spinte ad identificarsi nella categoria del vantaggio, il maschile di prestigio. Ci vuole uno sforzo maggiore nell’identificarsi nella propria categoria e denotarsi con il giusto prestigio: spesso è più facile utilizzare la forma conosciuta del maschile. Se per tutta la vita si è abituati ad ascoltare solo la declinazione maschile, è difficile riuscire ad identificarsi nel femminile. Sarebbe importante che tutti iniziassero ad adottare il femminile, parlandone abbastanza da poterlo inserire nei media e normalizzarlo.

Vi sono particolari misure da adottare per approcciarsi a una comunicazione che sia realmente inclusiva, a livello organizzativo?

Nelle aziende si potrebbe iniziare a prestare attenzione ai documenti, utilizzando espressioni neutrali rispetto al genere, nomi astratti o di gruppo che non richiedano lo split (ndr la doppia citazione di maschile e femminile, come ad es. “collaboratori e collaboratrici”). Un altro metodo è quello di sottoscrivere delle dichiarazioni di principio in cui si sottolinea come nella formula utilizzata – maschile o femminile – si includono tutti, anche persone che non si di identificano direttamente nella binarietà del genere. Anche il maschile non marcato può essere inclusivo, purché venga preceduto dall’esplicitazione dell’esistenza di uomini e donne nel gruppo a cui facciamo riferimento. È importante poi fare attenzione nella pubblicità, nella comunicazione esterna ed interna. In Italia manca una cultura della linguistica: potrebbe essere utile formare una persona in azienda alla corretta comunicazione. Non è difficile, l’importante è aprirsi al cambiamento, senza essere sanzionatori. E non avere paura del femminile, in generale.

Ci può consigliare alcune letture – o contenuti multimediali – per avvicinarsi a questo tipo di comunicazione?

Ogni anno si apre un MOOC – Massive Online Open Course, ideato da me, che si chiama “Lingua italiana, genere e identità culturale”. Si trova gratuitamente sulla piattaforma Eduopen. Un altro MOOC è “La grammatica che migliora la vita” che riguarda più il normativismo, l’importanza dei dialetti e la multiculturalità che c’è all’interno dell’italianità: i vari dialetti e localismi sono qualcosa in cui ci identifichiamo e che creano divisione, perché creano “altro”, anche a pochi chilometri di distanza. Capire che il linguaggio è una capacità umana, dovrebbe far sì che noi apprezziamo tutte le lingue. Ma il nostro cervello, che è abituato a riconoscerci e riconoscersi, se non fa quel passaggio di consapevolezza linguistica non riesce a superare il concetto che il linguaggio separi socialmente. Invece il linguaggio ci dovrebbe unire, essendo la cosa che più contraddistingue la specie umana.

Un altro approfondimento può essere l’articolo “[Equità Di Genere] In che modo la lingua riflette la cultura di chi parla e non la realtà dei fatti”, che ho scritto per la rubrica Letture Lente.

 

Approfondimenti

[Equità Di Genere] In che modo la lingua riflette la cultura di chi parla e non la realtà dei fatti.

 

 

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