Presentazione Futuribili 2026

Aprile 2026

Il 25 marzo 2026, a Udine, negli spazi del Circolo Nuovi orizzonti, a Udine, si è tenuto l’incontro “Costruire futuri possibili. Felicità individuale, collettiva e alleanza d’impresa”. L’incontro, promosso da DOF Consulting, ha messo al centro una domanda ancora poco frequentata nel dibattito organizzativo — come si costruisce la felicità? — attraversandola da prospettive diverse: lavoro, modelli organizzativi, linguaggio, territorio.  L’evento ha dato modo di presentare l’edizione 2026 di Futuribili, di cui Animaimpresa sarà co-organizzatrice.

Di seguito, il resoconto dell’evento, tratto da dofconsulting.it

Un mercoledì sera come tanti, appena fuori Udine, una sala piena. Non nel centro della città, ma in uno di quei luoghi in cui le cose  succedono lo stesso e, a volte, meglio. È lì che le comunità si incontrano e, soprattutto, si riconoscono.

Con noi, un pubblico eterogeneo: imprese, istituzioni, studenti, cittadini. E un’attenzione rara, perché continua e viva. Di quelle che non si costruiscono a tavolino: o ci sono, oppure no. Clima informale, strette di mano, sorrisi, ma anche ragionamenti e dati su cui fermarsi. Il nostro mix ideale.

Eravamo ospiti di Alberto Felice De Toni, in una doppia veste che da anni tiene insieme pensiero e azione: da un lato lo studioso della complessità, dall’altro chi quella complessità la attraversa nelle scelte quotidiane come Sindaco della sua città. Ha aperto e chiuso la serata riportandoci sempre lì, su un punto che può sembrare laterale ma non lo è: la felicità come criterio con cui progettare sistemi, organizzazioni, città. Raccontando anche come, all’inizio del suo percorso da amministratore, parlare di felicità invece che “delle buche” suonasse quasi fuori luogo. Eppure, è proprio da lì che si capisce quali buche vale davvero la pena guardare, e provare a chiudere.

La domanda più urgente sul lavoro

Gianluca Spolverato (Top Professionals per Forbes, founder Wi Legal, Laborability, progetto Bulldozer e co-founder di Decentral) ci ha portati su una domanda semplice solo in apparenza: cosa ci dà il lavoro e cosa ci toglie? È una domanda che apre possibilità e responsabilità, perché costringe a ripensare il lavoro come spazio di senso, ma anche come leva concreta di libertà. Formazione continua, redistribuzione del tempo, salari più alti, persone che stanno meglio. Non come concessione, ma come condizione per organizzazioni che funzionano davvero.
Ecco che la domanda sul futuro cambia forma. Non è più “dove stiamo andando?”, ma “che vita vogliamo?” Il lavoro che facciamo ci sta portando in quella direzione, oppure no?

Quando non è più compatibile con la vita che dovrebbe sostenere, il lavoro diventa un “motore di infelicità”. Per raddrizzare le cose, a quel punto, dobbiamo intervenire sul sistema.
Anche perché, come ci ha ricordato Marzia, i dati sono preoccupanti: in Italia, solo il 5% delle persone è realmente ingaggiato nel proprio lavoro. Il resto è potenziale disperso, energia che non trova spazio. È qui che torna la metafora della “buca”: oggi le organizzazioni non ne hanno una sola da sistemare. Devono imparare a tenere insieme piani diversi – organizzativo, tecnologico, umano, relazionale – che continuano a essere trattati separatamente, quando invece chiedono di essere attraversati insieme, senza semplificazioni.
È da qui che nasce Decentral, un consorzio benefit che prova a costruire modelli organizzativi in cui il potere si distribuisce davvero, in cui la trasparenza diventa struttura e non promessa, e in cui organizzazione e comunità non sono più due parole separate.

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